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6 gen 2015

Sandokan. Esco fuori, ma non evado


"Le nostre prigioni costituiscono sempre un tema attuale"

L'ho scritto commentando un post di uno dei miei blog preferiti. Durante lo scambio di battute mi sono accorto quanto le carceri abbiano influenzato la mia vita. Ho avuto l'occasione, non proprio piacevole a dire il vero, di conoscere questa realtà (tranquilli, non come detenuto!) la quale, nel bene e nel male, mi ha avviato alla professione che esercito tutt'ora, quella di assistente sociale. Preso dall'entusiasmo del post precedente, adesso desidero condividere questa esperienza con tutti voi.

Sandokan

Intorno al 1991 prestavo servizio come volontario nella mia città, Palermo, facendo doposcuola ai ragazzini "difficili", un po' perché in loro vedevo me qualche anno prima e un po' per sentirmi utile in un periodo della vita dove faticavo a trovare la mia strada. Non avendo la minima intenzione di svolgere il Servizio di Militare, nella vana speranza di restare in quel di Palermo, decisi di fare richiesta per il Servizio Civile. Purtroppo, ahimè, non avendo alcuna raccomandazione, fui spedito a Caltanissetta presso un carcere minorile. Mi prese un colpo! Ero da poco stato mollato da quello che era l'amore della mia vita. Inoltre sarei rimasto per un anno lontano dai miei amici storici, quelli con i quali avevo condiviso tutta la mia vita adolescenziale passata cazzeggiando tra scuola, bar e discoteca. Ero solo, ma decisi di affrontare la cosa, del resto non è che avessi molta scelta!

Così arrivai a Caltanissetta. Ricordo il primo giorno come se fosse ieri: il direttore mi venne incontro amichevolmente e, concedendomi una energica stretta di mano, mi rassicurò circa le condizioni di assoluta sicurezza nelle quali avremmo operato. Noi giovani volontari non avremmo mai avuto contatti diretti da soli con i detenuti. Inutile dilungarmi sull'inutilità di certe cerimonie che portano in dote solo l'illusione delle prime impressioni: ben presto quelle parole si rivelarono per quello che erano, una serie di panzane colossali. Coi detenuti c'avrei avuto a che fare, eccome! Ad ogni modo, nella sua ipocrisia accuratamente rivestita d'un garbo d'altri tempi, al pari di un personaggio che avrebbe ben figurato in romanzo di Sciascia, il direttore mi disse che avrei potuto lavorare in ufficio o, in alternativa, a contatto coi detenuti. Lo disse rimarcando ancora una volta l'assoluta necessità di adempire al nostro compito sotto la supervisione delle guardie carcerarie. In quel momento avevo tutt'altro nella testa: il mio amore spezzato mi crivellava il cervello; ero nervoso per via delle sigarette che avevo smesso di fumare; i miei vent'anni bruciavano come la forza di mille delusioni e sentivo che in quel momento nulla, ma veramente nulla, aveva un significato. 
Scelsi i detenuti, un po' per sentirmi importante e poter dire di prestare servizio in un luogo pericoloso, un po' per vivere qualcosa di forte che desse una scossa alla mia esistenza. Tuttavia le cose stavano in un altro modo: non mi andava di aiutare proprio nessuno, anzi, a dirla tutta, io quella gente la odiavo! Così cominciai a mostrare il mio disprezzo per gli altri, per quello che ero e ciò che stavo vivendo. Mi ritrovai ad essere una sorta di bulletto, sia con i detenuti che con i miei compagni. Avevo bisogno di sentirmi importante, darmi delle arie, volevo essere temuto e nessuno avrebbe mai dovuto mettermi i piedi in testa: tutti dovevano mettersi in testa che con me non c'era modo di scherzare. 
Ci assegnarono una camera, nient'altro che una cella inutilizzata: uno dei ragazzi poggiò le sue cose su uno dei quattro letti. Non so che mi abbia preso, in fondo un letto valeva l'altro, ma decisi che quello appena occupato doveva essere il mio. Così presi la sacca con la sua roba e la scaraventai a terra dicendogli di non avere alcuna fretta, che quel posto lo avevo visto per primo e che spettava a me. A un ragazzo di Genova, invece, gliene ho combinate così tante che potrei aprire un blog a parte solo per narrarvi le cronache dei miei accanimenti contro di lui. Gli ho fatto davvero sputare sangue a furia di nonnismi vari e, se ci penso oggi, me ne vergogno profondamente. Ero veramente uno stronzo. Mi prendevo il lusso di fare lo spavaldo persino con le guardie: facevo il cretino con la donna in divisa e mi prendevo certe confidenze soltanto perché il gentil sesso doveva essere terreno fertile per le conquiste di un ragazzotto piacente che doveva dimostrare al mondo di avere gli attributi. Il resto della ciurma veniva inutilmente messa in subbuglio dalle mie stupide trovate. Spesso nascondevo nei miei vestiti le posate rubate alla mensa facendo impazzire i metal detector! A proposito della mensa, non avete idea di che postaccio fosse: specialità della casa insalata con insetti, una vera leccornia.

Insomma, eccomi là, giovane e rabbioso, intrappolato in una prigione esistenziale che mi incattiviva sempre più. Odiavo tutto di quel luogo, dal direttore ai detenuti, e l'unica cosa che desideravo fare era prendermi gioco di loro, dimostrargli quanto fossero inutili e patetici. Intimamente vivevo nella convinzione di avere a che fare con degli scarti, la feccia della società, ritenendo che quella istituzionalizzata fosse peggio di quella illegale.
La situazione degenerò il giorno in cui uno dei detenuti evase. Lo vidi scavalcare il muro di cinta davanti ai miei occhi tra l'indifferenza generale. Tutti avevano fatto finta di nulla lasciando che se la svignasse. Mi sentivo come se qualcuno mi avesse fregato, pestato l'orgoglio: io lo avevo visto e me l'aveva fatta proprio davanti agli occhi. Inaccettabile, non poteva essere successo a me. Avevo fatto la figura del coglione. Mi sentì pervadere da una rabbia cieca ed ebbi una reazione spropositata nel dare l'allarme. Quel branco di imbecilli avrebbe dovuto riacciuffarlo, picchiarlo di santa ragione e sbatterlo dentro. Nella foga del momento cominciai ad insultare chiunque mi capitasse sotto tiro e mi inimicai tutti, guardie e detenuti. Mi ero messo in una posizione scomoda, anzi scomodissima.

Da quel giorno tutto si era fatto più ostico e recuperare non fu facile. Sentivo di aver ragione, ma avevo tutto il mondo contro e le sole persone di cui mi importasse qualcosa e sulle quali potessi contare erano tutte a Palermo, lontane da me. Cominciai ad isolarmi, a chiudermi in me stesso, credendo che la solitudine mi avesse protetto fino alla fine del Servizio Civile; al contrario, più mi isolavo e più mi rendevo vulnerabile. Sentendomi schiacciare da quella cortina di silenzio forzato, decisi di confessarmi. Avevo bisogno di scacciare i fantasmi del mio passato che mi stavano divorando. Il prete mi fu di grande conforto grazie alla sua estrema umanità. Esercitando la sua vocazione con estrema serietà, al suo cospetto mi sentivo come un libro aperto: ogni suo gesto era in odore di onestà e semplicità, lasciavo che quegli occhi franchi mi sfogliassero affinché interpretassero la palude dei miei sentimenti. E pensare che non avevo avuto troppa simpatia per i preti e le loro prediche fino ad allora, ma quelle parole autorevoli, sagge ed esperte sapevano come scavare nel mio animo. Le nubi oscure cominciano a diradarsi e ritrovai la forza per riprendere in mano la mia vita.


Illustrazione di Rita Preziosi
A poco a poco iniziai ad esplorare chi mi stava attorno e rimasi piuttosto colpito da un ragazzo dai capelli lunghi, di qualche anno più grande di me. Faceva l'assistente sociale negli uffici della struttura carceraria. Svolgeva la mansione che avevo scartato qualche mese prima. Di cosa si occupasse esattamente quel ragazzo non ci capivo un granché, tuttavia, ammirando il suo slancio vitale e quella serenità che traspariva dal suo animo, decisi di seguirlo. Pian piano mi appassionai al suo lavoro e nel giro di poco tempo mi iscrissi al test di ammissione della scuola per assistenti sociali, sempre presso Caltanissetta. 
Finalmente il mio futuro sembrava prendere forma, la mia via era tracciata e a me non restava altro che rimboccarmi le maniche. Per inseguire la mia nuova vocazione sarei scappato anche più volte dal carcere altrimenti non avrei potuto frequentare il corso. Sapevo di compiere l'ennesima marachella, ma avevo la coscienza pulita: non la consideravo un'evasione, piuttosto un'uscita necessaria che poi mi sarebbe tornata utile in futuro. E così fu.

La situazione era decisamente migliorata: cominciai a conoscere meglio i detenuti anche dal punto di vista umano; imparai a scrutarne gli animi e ad essere più rispettoso delle loro condizioni, malgrado le atrocità che alcuni di loro avevano commesso. Quelli non erano detenuti qualsiasi, ma la crème de la crème della malavita siciliana, persone con le quali avrei dovuto comunque costruire un rapporto. Ormai conoscevo le gerarchie e gli schemi di comando in cella: in caso di tensioni sapevo quando dovevo intervenire per dividerli e quando dovevo lasciare che si massacrassero tra di loro. E guai a prestare soccorso se qualcuno di si faceva male, bisognava agire con prudenza poiché molti di loro erano stragisti e figli di boss che presto o tardi sarebbero diventati collaboratori di giustizia. 
Eppure in alcuni di loro, da qualche parte si annidava un cuore, lo compresi quando per breve tempo ho ricoperto il ruolo di insegnante nella struttura. Ricordo che un giorno ho assegnato un tema alla classe, ma nessuno aveva voluto sviluppare quella traccia. Terminata la lezione, dopo aver atteso che tutti i detenuti avessero lasciato l'aula, su uno dei banchi trovai un foglio spiegazzato. Vi erano scritte alcune righe dello svolgimento: qualcuno ci aveva provato e per me fu un momento importante. Avevo compreso quanto fosse importante l'umiltà per chiedere rispetto, e la speranza per poter confidare in un futuro migliore. Sì, sarei diventato assistente sociale, era solo questione di tempo.

La mia esperienza coi detenuti è andata avanti fino all'estate del 1992, poi, terminato il Servizio Civile, ritornai a Palermo per ricominciare da tre, come Troisi. Ad attendermi c'era la mia famiglia, il mio migliore amico e altri due anni di corso da terminare. Fu un anno intensissimo e di enormi cambiamenti nella mia vita, non solo per quello di cui vi ho appena raccontato.
Un giorno mi prese il desiderio di rivedere la mia ex. Mi recai sotto casa sua, citofonai per invitarla a prendere qualcosa. La nostra storia scottava ancora e, nonostante le mie insistenze, decise di non vedermi. Fu irremovibile e ci rimasi un po' male. Sulla strada del ritorno non riuscivo a capacitarmi di quella reazione. Perché tanto astio? Sentivo più che mai il bisogno di parlarle, di doverle delle spiegazioni, anche se lei non ne voleva. Sulla strada trovai una cabina telefonica a gettoni: non avrebbe osato negarmi anche una telefonata, pensavo. Mi ritrovavo presso lo stadio, verso l'imbocco autostradale. Era il 23 Maggio. Troppe sirene. Non sentivo un cazzo. Fu lei a darmi la triste notizia, aveva la Tv accesa in casa e l'eco della diretta contornava le sue parole. Cadde l'ultimo gettone e, dentro me, il silenzio. Improvvisamente anche il suono delle sirene si chetò. Era la fine e l'inizio di tutto. Io ero cambiato. Palermo sarebbe cambiata e nulla sarebbe stato come prima da quel giorno.




29 ott 2014

Commenti: Panopticon



Commento 1: Kimika 
Interessanti questi Isis, non li conoscevo... 
Risposta 1: Prince Johnny 
Spaccano! 
Risposta 2: Kimika
Adesso mi scarico questo Panopticon. È un disco nuovo? 
Risposta 3: Prince Johnny 
Non proprio, è dell'anno scorso 

Commento 2: Il Marchese 

Io preferisco Er Califfo! 
Risposta 1: Prince Johnny
Beh, non si può dire che non abbia fatto delle belle canzoni: Tutto il resto è noia, Roma nuda... Cose molto diverse da quelle che ascolto in questo momento, ma comunque non disdegno. Anche se certe volte, quando vedo il personaggio in tv, è troppo una macchietta e tutto ruota eccessivamente attorno al sesso. 
Risposta 2: Il Marchese 
È che ste urla, ste musiche così lunghe non le capisco. Non me svagano e le sento lontane da me. Quando ascolto na canzone c'ho voja de sta bbene ;) 
Risposta 3: Kimika 
Califano? Ma vi prego! Prince, ma tu gli dai pure spago?
Risposta 4: Il Marchese
Nanninè, lo so che so un tipo troppo raffinato pe te, però me stai simpatica :P 
Risposta 5: Kimika 
Anche tu, però hai dei gusti musicali orrendi XD 
Risposta 6: Prince Johnny
X il Marchese: la musica per me è vita, non esiste solo lo svago. Mi piacciono le cose che mi fanno pensare. Sono uno che non riesce a stare senza pensieri, ecco :) X Kimika: nemmeno a me piaceva Califano, poi l'ho ascoltato meglio e nella sua musica ci ho trovato certe cose dell'essenza maschile in cui mi ci sono rispecchiato molto. Poi a volte è troppo figa-centrico e forse questo ha penalizzato anche la sua credibilità artistica. Però bisogna ammettere che è un uomo vero, c'è dell'onestà nella sua proposta musicale, discutibile a volte, ma almeno è spontanea.
Risposta 7: Il Marchese
A regazzì, lo sai che me sei piaciuto? 
Risposta 8: Prince Johnny
E tu lo sai che a me piace molto la tua spontaneità? :) 
Risposta 9: Kimika 
Capisco, ma a me sta musica italiana non mi va troppo giù... 
Risposta 10: Prince Johnny 
Kimika, sai che prima non sopportavo neppure Battisti? Odiavo quell'aria da cantante da fuochi sulla spiaggia... Ho scoperto molto dopo il fascino dei suoi dischi e di gioiellini ne ha fatti: Il nostro caro angelo, Il mio canto libero, Anima Latina...
Risposta 11: Kimika
Fortunatamente mio padre ascoltava quei dischi quando ero bambina, per me sono parte della mia infanzia come i dischi di Beatles, Bob Dylan e De Andre'. 
Risposta 12: Prince Johnny 
Vedo che hai avuto un ottimo maestro! 

Commento 3: Sandokan 

Certamente non è il mio genere, però le sensazioni che hai riportato mi hanno incuriosito. Certo non canterei mai brani del genere sotto la doccia (tengo famiglia), però ti ringrazio per queste piccole riflessioni con le quali hai accompagnato il video. Le nostre prigioni costituiscono un tema sempre attuale. Anche oggi che siamo in piena democrazia. 
Risposta 1: Prince Johnny 
Credevamo che la democrazia ci avesse liberato dalla prigioni, invece di prigioni ne inventano sempre di nuove. I metodi di repressione sono sempre molto sofisticati e vanno combattuti in ogni epoca.
Risposta 2: Sandokan 
Tra l'altro, come hai sottolineato, esistono persone alle quali piace essere prigioniere di qualcuno o qualcosa... Questa voglia di stabilità, non può valere la libertà. Mi sembra un concetto semplice. 
Risposta 3: Prince Johnny 
Totalmente d'accordo! 

Commento 4: Ransie 

Leggendo il tuo post e i commenti, mi vengono in mente queste parole: "Forse oggi l'obiettivo non è scoprire quello che siamo, ma rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare" (Michel Foucault). Poi penso all'oceano e al mio mare, a tutte quelle cose che non si possono desiderare, a tutto quello che sto facendo... Ho capito che quello che faccio è la mia prigione ed il mio intimo essere lo rifiuta. Ti leggo, e mi pare di trovare le risposte che sto cercando... 
Risposta 1: Prince Johnny 
Se solo conoscessi le tue domande... 
Risposta 2: Ransie
Se mi leggi dovresti conoscerle... Non sono molto difficili da immaginare. 
Risposta 3: Prince Johnny 
So dove vivi e qualcosa sui tuoi sentimenti attuali... Non molto. Ti leggo da poco. 
Risposta 4: Ransie 
Non importa, ci vediamo in giro, ragazzo ;) 

Commento 5: SemplicementeIo

Ma un pezzo di Biagio Antonacci, no? 
Risposta 1: Prince Johnny 
Ma piantala! :D 
Risposta 2: Po-Pof 
E uno di Gigi D'Alessio? 
Risposta 3: Prince Johnny 
Piuttosto la morte!

23 ott 2014

Panopticon


Panopticon è un manto sonoro avvolgente e terrorizzante al tempo stesso.
Scuote e percuote. Non lascia scampo e sconvolge l'intimo nella rappresentazione della realistica crudeltà, una crudeltà meditativa, come quella che scava nelle viscere, alla ricerca del male assoluto che alberga in ogni essere umano.

Panopticon è la smania di mantenere il controllo su ogni cosa; a sua volta l'incubo di essere costantemente controllato da un Grande Fratello che non porta celebrità.

Panopticon è la paura di guardare in alto, il terrore di trovare qualcuno che ci giudichi e immoli la privacy rendendo pubblico il sogno del nostro volo. Che c'è di male nel voler volare, in fondo? Non è stato sempre questo il sogno dell'uomo insieme all'immortalità?

Panopticon è la negazione del sogno, l'oppressione quotidiana, quella che ci creiamo nel nostro miope desiderio di essere accettati, nelle nostre fiction private delle quali siamo prigionieri. È l'affannosa ricerca di un'opprimente stabilità che spesso si traduce in sottomissione, mortificazione e addirittura umiliazione. Come la Salò di Pasolini dove l'umanità viene disumanizzata in nome del potere.

E in questo magma di sensazioni, in questi suoni che asservisco ai miei liberi pensieri, resto immobile a contemplare questo orrore perché troppo spesso lo vedo risorgere. E troppo spesso la gente se ne scandalizza dopo aver fatto di tutto per dimenticare.